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Dazi, il sogno americano di Trump è un incubo per Apple

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«Se tutto va bene, siamo rovinati». Anche se a Cupertino, probabilmente, nessuno conosce Ennio Flaiano, il senso della frase risuonerà nella mente di molti manager a fronte al ritorno dei dazi promossi da Donald Trump.

Le tariffe, definite “bellissime” dal nuovo inquilino della Casa Bianca, prevedono infatti aumenti massicci su tutte le importazioni che toccano da vicino Apple con conseguenze da valutare nella pratica, ma potenzialmente pesantissime.

Basta pensare ai dazi del 54% che graveranno sulle importazioni dalla Cina. Visto che la Cina è un hub della produzione Apple, è difficile pensare che i costi aggiuntivi non possano produrre qualche effetto,

Ma l’impatto non si ferma al grande paese asiatico: saranno colpiti anche i dispositivi fabbricati in Vietnam (dazi al 46%) paese che ormai rappresenta oltre il 10% della rete di fornitori strategici e quelli che giungono India (26%), dove Apple vorrebbe spostare la costruzione del 25% degli iPhone.

La lista comprende anche forniture provenienti da Malesia (+24%), Thailandia (+36%) nazioni che forniscono una grande quantità di componenti e accessori e persino l’Irlanda (+20%), dove vengono assemblati alcuni modelli di iMac.

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Dazi, il sogno americano di Trump è un incubo per Apple

Per evitare le tariffe in importazione, Apple dovrebbe riportare gli Stati Uniti la produzione di dispositivi come iPhone e Airpods, ma lo scenario appare del tutto impossibile se lo si immagini realizzato in tempi accettabili, impossibile se si guarda alla competitività.

Non è un caso che Mac Pro, assemblato in Texas, è l’unico prodotto realizzato interamente negli USA, ma ha volumi risibili e dipende comunque da componenti importati e quindi anch’essi soggetti a dazi.

Lo stabilimento texano, inoltre, ha già mostrato numerosi limiti: turni di lavoro disorganizzati e difficoltà a reperire componenti su misura, come le viti progettate internamente.

Il sistema industriale americano, secondo la stessa Apple, non è in grado di competere. Portare la produzione negli USA resta irrealistico.  Anche a giudizio di Apple la Cina ha un massiccio vantaggio in termini di specializzazione e scala produttiva. «Negli Stati Uniti potremmo non riuscire a riempire una sala riunioni con degli ingegneri», aveva detto Tim Cook nel 2017. «In Cina, se ne possono riempire interi stadi».

Negli ultimi mesi nonostante alcuni attacchi del Presidente, Apple aveva tentato un riavvicinamento a Trump, sia “morale” diremmo (la presenza all’insediamento, il sostegno economico diretto di Tim Cook all’inaguration day, il cambiamento dei nomi nelle Mappe) sia pratico, con l’annuncio di investimenti per 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni proprio per evitare situazioni come questa. Ma a quanto pare lo sforzo non è stato sufficiente.

Come sottolinea Bloomberg Intelligence, le nuove tariffe si inseriscono in un contesto già difficile per Apple, che deve fare i conti con una domanda in rallentamento e una concorrenza sempre più agguerrita sul fronte dei prezzi. I dazi rischiano quindi semplicemente di comprimere ulteriormente i margini, senza lasciare spazio per un aumento proporzionato dei listini.

C’è poi il rischio che anche altri Paesi, in risposta ai dazi americani, impongano tariffe sui servizi Apple. In Europa, ad esempio (dove Apple è già nel mirino per le norme del DMA), potrebbero essere imposti dazi di simile portata su prodotti come iCloud, Apple TV+, Apple Music. E queso potrebbe pesare molto sui bilanci di Apple che dovrà scegliere se ridurre i margini aumentare i prezzi riducendo, invece, il fatturato.

Per questo le stime di Morgan Stanley indicano in 8,5 miliardi di dollari all’anno il costo aggiuntivo per Apple, la prospettiva è di una riduzione 0,52 dollari per azione, che significherebbe il 7% in meno rispetto alle attese di profitto per il prossimo anno fiscale.

E che le cose si mettono male lo dice il “sentiment” degli investitori. Già questa notte dopo l’annuncio, nelle contrattazioni after hours il titolo Apple ha perso fino al 7,9%. Dall’inizio dell’anno il calo era già dell’11%, in linea con un quadro più debole per l’intero comparto tech.

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